Caro Casati, alcune delle considerazioni che lei fa mi paiono di buon senso, ad esempio quella secondo cui sono i buoni professori a far ragionare gli studenti, e non le discipline in sé... ma il presupposto di base su cosa sia la filosofia che viene in luce alla fine del suo intervento mi pare inaccettabile.

[La filosofia è u]na disciplina dove non si dà progresso in senso pieno: dire che per contribuire alla filosofia non c'è bisogno di leggere testi anteriori al 1980 è dire un'assurdità [...] E' senz'altro figlia di uno storicismo corrivo l'idea che lo studio degli autori del passato debba essere messo in relazione al contesto storico o agli autori precedenti prescindendo dai contenuti, ma quando i contenuti si dimostrano ancora validi o si sanno leggere (qui e non altrove sta la bravura di un insegnante) le cose cambiano. L'estetica di Kant, con la sua implicazione di a priori ed empirico ci permette bensì di capire Andy Warhol. Sono d'accordo con lei sul fatto che la filosofia, come qualsiasi altra disciplina, non garantisca un maggiore grado di civiltà o di "moralità", ma a mio parere è qualcosa di utile.Leggere un filosofo ( o leggere filosoficamente) richiede non solo di saper applicare determinate regole, ma anche di trovare le regole da applicare, e non sono d'accordo sul fatto che ciò sia inutile alle scuole superiori.

Cordialmente

Bruno Giurato

Monasterace (R.C.) bgiurato@tiscalinet.it

 

 

Molti lettori hanno preso posizione sull'intervento del 2 aprile. Torno sull'argomento con qualche precisazione.

1. Non ho mai detto che si debba smettere di studiare la storia della filosofia. Ho detto che per il momento si studia una finta storia della filosofia, un "ectoplasma storicistico". Per esempio, i libri di filosofia raccontano delle favole sulla "filosofia presocratica" o sull'"immagine del mondo dei greci". Secoli di seria filologia ci hanno insegnato a dubitare dell'informazione frammentaria che riguarda i presocratici (uno storico contemporaneo come Jonathan Barnes ha mostrato quanto poco si possa estrarre dai frammenti.) In realtà, quel poco che sappiamo dei presocratici è talmente vago da non permetterci di credere a quello che i manuali di storia della filosofia ci dicono. 2. La storia della filosofia è una cosa seria perché la storia è una cosa seria, che richiede metodi, studio dei documenti, dei contesti. Invece i programmi propinano agli studenti le favole di derivazione hegeliana (l'"empirismo" contrapposto al "razionalismo" e altre amenità di questo tipo) e scollegano completamente i problemi filosofici dalle preoccupazioni intellettuali di chi quei problemi li ha scoperti e affrontati. (È impossibile capire di che cosa si preoccupassero Cartesio e Leibniz se non si sa nulla del loro lavoro in matematica.) Se si fa storia della filosofia, la si deve fare sul serio, ma questo non c'entra con lo storicismo. Gli storicisti fanno solo finta di essere storici. 3. Anche la filosofia è una cosa seria. Imparare a fare filosofia è tanto distante dall'imparare la storia della filosofia quanto imparare la matematica è distante dallo studiare la storia della matematica o imparare a suonare il piano è distante dallo studiare storia della musica. Non conosco nessun argomento contro questa tesi, e aspetto di essere corretto. 4. Ne ho concluso che si deve scegliere - se si vuole insegnare la filosofia, è inutile insegnare la storia della filosofia, e meno che mai il fantasma storicistico che si insegna adesso. Su queste basi ho "messo le carte in tavola" sperando di suscitare interventi espliciti, necessari in situazione che è incredibilmente confusa.

Dagli ectoplasmi didattici passiamo a quelli ministeriali. Dal 3 al 5 maggio il Collège International de Philosophie ha organizzato a Parigi un incontro franco-italiano sulla filosofia nella scuola superiore per cercare di rispondere alla questione. (Grandi assenti ma fantasmaticamente presenti Berlinguer e Allègre, i ministri che hanno incoraggiato la riforma dei rispettivi sistemi.) Enrico Berti, pofessore a Padova, ha esposto il documento di sintesi dei lavori della commissione italiana (che mettiamo a disposizione del lettore sul sito del Sole). Berti suggerisce la possibilità di una destoricizzazione del programma che dovrebbe raggrupparsi introno a due grandi poli tematici: senso e di valore (bene/male, diritto, responsabilità) e verità (logica, teoria dell'argomentazione, epistemologia). Sono questioni che godrebbero di extraterritorialità rispetto alla scienza, alle discipline letterarie e alla religione. (Come esempio di problemi da affrontare in classe Berti cita il Platone del Gorgia: "è meglio fare un torto o subirlo?"). Non bisogna però trascurare l'informazione testuale. Su certe questioni, come la definizione della giustizia, "piuttosto che affidarsi all'immaginazione del docente, è meglio leggere Platone".

Il testo fatto circolare conferma tutte le perplessità. Un buon quarto è dedicato a difendere la nicchia filosofica cercando di recidere il filo che la lega alla ricerca scientifica. (Ma perché mai la filosofia dovrebbe starsene in un recinto a sé? La scienza dà moltissimi giudizi di valore, ad esempio, e ne rende molti altri obsoleti.) Viene ribadita, senza argomento, l'idea che esistano dei "saperi" (scientifico, letterario - la distinzione dura a morire tra le scienze della natura e le scienze dello spirito). Permane una tensione non risolta tra l'idea che il "sapere" filosofico (il corpus dei "testi") sia come un "capitale" da cui attingere nella didattica, e il bisogno mai sopito della storia delle idee. Mi pare che si debba scegliere: o si fa filosofia, o si fa storia della filosofia. S'ha da scegliere, perché l'ibridazione tra i due approcci crea l'ectoplasma storicista: la sfilata degli zombie filosofici (il finto Leibniz da manuale) che turbano il sonno degli studenti.

Per finire, una questione di forma. La procedura attuata sin qui non è delle più trasparenti. Un ministro nomina una commissione ad hoc, la commissione stila un rapporto ma non pubblica nessuno degli atti delle discussioni, forse si fa una riforma (o forse no, dipende dal nuovo ministro) e solo a cose fatte si decideranno i programmi. La commissione francese ha espresso pareri che possono non venir condivisi, ma le minute degli interventi sono sempre state accessibili al pubblico. Un programma di insegnamento della filosofia non si improvvisa. Non basta buttar lì qualche grande problema (la francamente bizzarra questione del Gorgia?) per creare un programma. Mi sembra il minimo richiedere uno studio serio e aperto alla discussione, in cui nulla viene lasciato implicito.