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Roberto Casati

(Agosto 2000)

Ma io non sono il mio clone

 

Nel magnifico "In the Country of the Blind, No One Can See" di Melisa Michaels, due sorelle replicanti si ritrovano a dover ricostruire la loro vita con due gemelli omozigoti dopo un incidente all’astronave che li trasportava. "Allyson avrebbe voluto gridare: I replicanti non sono diversi dai gemelli identici, maledetto. Ma si fermò. Perché non era vero. I gemelli erano naturali. Erano identici tra loro, ma non erano la copia di un altro essere umano. E nessuno li usava come fonti di organi da trapiantare. La loro esistenza non destava imbarazzanti sensi di colpa. Mai un gemello era stato ucciso per fornire i suoi organi a un altro". La differenza tra replicanti e gemelli passa per il confine incerto tra natura e artificio, ma quando la discussione verte sulle proprietà morali e psicologiche e sull’identità personale si rischia di perdere di vista i fattori culturali. Un esempio assai spettacolare di gioco al limite tra natura e cultura ci viene dai festival dei gemelli. Al vecchio incontro di Twinsburg nell’Ohio si è accostato dal 1994 il festival di Pleucadeuc in Bretagna, che ogni 15 agosto riunisce gemelli da tutto il mondo. Quest’anno ne sono arrivati 1500. Richard Lewontin (zoologo di Harward e grande oppositore del determinismo biologico e dei suoi cattivi usi politici) ha fatto notare come queste manifestazioni tendano a rafforzare uno stereotipo e indirettamente a confondere le acque intorno al problema della somiglianza tra i profili psicologici (o le capacità cognitive o attitudinali) manifestata dai gemelli. Sullo sfondo c’è un interessante problema epistemologico. Se si vuole verificare in che misura i fattori genetici possano condizionare la mente i gemelli omozigoti costituiscono un banco di prova ideale. Se sono stati separati in giovane età e hanno vissuto in situazioni differenti sono come due campioni dello stesso materiale genetico testati in differenti condizioni. Lo studio dei gemelli omozigoti avvicina la psicologia agli standard della biologia, anche se limitatamente a fenomeni psicologici (pochi) abbastanza ben delineati. Negli ultimi anni sono stati raccolti dei dati che provano per esempio come certi tipi di psicosi maniaco-depressive hanno un’origine genetica in quanto si manifestano nel 70 per cento dei gemelli omozigoti separati alla nascita e nel 75 per cento degli omozigoti che hanno condiviso l’ambiente familiare e scolastico. Ma le psicosi sono un caso estremo. Quando si ha a che fare con proprietà della mente più sfumate, come le capacità linguistiche, i test divengono meno probanti perché queste proprietà si cristallizzano intorno alle sottili interazioni con l’ambiente familiare e sociale. E in questi casi sembra ovvio voler scartare dagli "esperimenti" tutti i gemelli che hanno vissuto in condizioni identiche, quei gemelli che vengono vestiti allo stesso modo, che vengono premiati ai concorsi come i più simili tra loro.

E invece sono questi gemelli trattati come esseri interscambiabili quelli che più attraggono il senso comune e intorno ai quali il senso comune intreccia i suoi miti. I gemelli affascinano, come affascina la somiglianza e la ripetizione. Affascinano i sosia e le immagini allo specchio. Contempliamo le fotografie e le ombre. Ci colpisce la simmetria. Una spiegazione cognitiva di questa attrazione potrebbe essere la seguente. Quando si ha a che fare con due o più cose dello stesso tipo vengono attivati i meccanismi di riconoscimento che tipicamente ci permettono di reidentificare una stessa cosa dopo un lasso di tempo in cui non la si è osservata; e a ciò si unisce la sorpresa davanti alla separazione - non nel tempo, ma nello spazio - tra le cose identificate. La sorpresa legata alle entità ripetute nello spazio ne fa dei catalizzatori per l’invenzione narrativa e sembra aver lasciato tracce in tutte le culture. È facile inventare molte situazioni comiche, drammatiche o salaci in cui due o più individui simili potrebbero venire scambiati tra di loro. Non c’è bisogno di ricorrere ai gemelli, come dimostrano gli scambi di persona (Face/Off) o le trame che parlano di repliche metafisiche (La doppia vita di Veronica, Sliding Doors). E naturalmente i cloni, un’aggiunta recente alla lista (Mi sdoppio in quattro).

La proprietà di avere o di essere un doppio attira senza difficoltà molte decorazioni culturali che vanno al di là dei fatti naturali. I gemelli e i cloni (artificiali) sembrano tuttavia fare storia a sé. Nel caso dei gemelli, la natura imita se stessa, mentre in quello dei cloni un atto demiurgico si inserisce nell’ordine naturale. L’ossessione per l’origine comune di una somiglianza seppur superficiale si manifesta nel gioco in cui si dice di due individui che sono stati separati alla nascita. La miglior spiegazione della somiglianza fenotipica sembra essere, per il senso comune, una qualche forma origine comune, e al limite un’identità genotipica. Separati alla nascita, i veri gemelli finiscono comunque per incontrarsi o per incontrare un destino comune perché buon gene non mente. Sincronizzati nel ventre materno, i gemelli svolgerebbero poi la loro vita con inesorabile e coordinata precisione secondo il piano cui li condanna una forma di armonia prestabilita. Questa ossessione per l’origine - una volta si sarebbe detto per il sangue - è solo una dimostrazione del potere del ragionamento causale ed essenzialista. Ma è lo stesso ragionamento causale che dovrebbe anche dissipare ogni confusione sull’identità. In quanto hanno percorsi e storie diverse, anche se di poco, i gemelli sono per l’appunto persone diverse. Sono interscambiabili solo nell’immaginazione popolare e nei concorsi dei gemelli. A torto si impiega il termine ‘identici’ per riferirsi a loro, suggerendo che si tratti della stessa persona. (La genetica usa il più blando ‘omozigoti’, per dire che dispongono di due copie identiche dello stesso gene. In che senso copie ‘identiche’? Non ci ritroviamo con una forma di identità? No. In questo caso non si parla più di identità individuale, ma di tipo. La stessa ambiguità si ritrova in frasi come: ‘Ho comprato delle scarpe identiche alle tue’. Un gene è una proprietà astratta, non un individuo.) Lo pseudoproblema dell’identità dei gemelli è dunque un artefatto culturale. Se mi mettono oggi in casa un signore che mi assomiglia, si veste come me, siede al mio fianco, dice di fare il mio lavoro, eccetera, comincio certo a preoccuparmi. Ma non a pormi problemi di identità: so di non essere lui, e so che lui non è me. Resta da capire per quale ragione mi è stato messo in casa qualcuno con l’ordine di assomigliarmi in tutto e per tutto. Quale strano disegno c’è dietro il voler far assomigliare a tutti i costi due individui, limitando di fatto le loro possibilità di esprimersi e in sostanza la loro libertà?

Il racconto di Melisa Michaels ci mette in guardia. Se il dubbio di Allyson prendesse corpo e si accettasse che i cloni non sono meno naturali dei gemelli omozigoti, qualsiasi considerazione morale possiamo applicare ai cloni ci troviamo obbligati a dover applicare ai gemelli omozigoti e viceversa. A partire dall’identità: i cloni non sono repliche di un individuo più di quanto un gemello non sia replica del suo gemello. Molti dei problemi oggi discussi con sensazionalismo dai media non sembrano particolarmente legati alla novità posta da dei futuri esseri umani artificiali. Nascono invece da una profonda ambivalenza della nostra cultura nei confronti dei gemelli e di tutti gli umani che hanno un’apparenza tanto simile tra loro da non permettere un’identificazione certa. La società è forse ancora incerta su quali proprietà morali usare per trattare i cloni ma questo non dovrebbe stupirci dal momento che il senso comune sembra ancora esitare su come trattare i gemelli.