Roberto Casati

(November 2000)

La lingua cambia: Who cares? 

La lingua, diceva Wittgenstein, si cura da sè. Il che significa che non c'è modo di migliorarla, e nemmeno di peggiorarla. Ma non tutti sono d'accordo. Da molte parti s'innalzano accorati appelli o si edittano proclami in "difesa" dell'italiano. I proclami sono infarciti di metafore militari e psicologiche: la lingua esprime il "carattere" o il "genio" di un popolo e la si deve "proteggere" dalla "colonizzazione" o dall'"imperialismo" di altre lingue. Nella fattispecie dell'inglese. (Mal comune mezzo gaudio: a furia di venir parlato internazionalmente da italiani, latinoamericani, yankees, pakistani e abitanti di Hong-Kong l'inglese finisce con il non suonare più tanto gradevole alle orecchie del duca di Kent. Proteggiamo dunque anche l'inglese.)

Ma esiste davvero un problema di decadenza dell'italiano? E supponendo che esista, chi e come può porvi rimedio?

Partiamo dalla seconda domanda. Chi può arginare la decadenza? Nella vita quotidiana si discorre a volte di come si parla ("noi si dice così") e nei limiti della buona creanza ci si permette di correggere un anacoluto o un barbarismo ("non dovreste dire così"). In alcuni luoghi si sono eretti questi giochi di società a istituzione e si sono aperte le Accademie linguistiche. Per un certo periodo le Accademie si sono limitate a fotografare gli usi e a compilare dizionari, svolgendo un utilissimo ruolo per gli storici della lingua, ma da un po' di tempo a questa parte tendono a unire a un'attività puramente descrittiva anche un certo afflato normativo. In mancanza di meglio, gli argomenti addotti sono spesso politico-estetico-moraleggianti. Usare "corner" invece di "calcio d'angolo" sarebbe sintomo di cattivo gusto, di pigrizia intellettuale, di mollezza nei confronti del dominatore culturale, di perdita del senso dell'identità nazionale (è terribile, ma nessuno vuole ormai più sostituire "salvarsi in corner" con "salvarsi in calcio d'angolo").

Quanto più breve è il passo dalla scienza alla guida delle anime, tanto maggiore è la tentazione di compierlo. Ma gli Accademici posseggono davvero la scienza del linguaggio? La linguistica è una scienza giovane, ma oggi abbiamo un'idea relativamente chiara di che cosa la lingua non sia, e certo non sembra essere quello che gli accademici vorrebbero. Sappiamo per esempio che apprendere una lingua assomiglia di più a imparare a camminare che a imparare a recitare una poesia. Basta esporre un bambino, nell'età appropriata, a stimoli linguistici anche molto poveri per attivare una facoltà linguistica innata. Di fatto il bambino - senza poterci far nulla, e senza saperlo - ricrea da solo la sua lingua, anche con pochissimo materiale a sua disposizione. Questo fa sì che ciascuno di noi parla una lingua diversa da ciascun altro - un idioletto. E vengono parlati solo idioletti. Suona paradossale, ma se esiste qualcosa come l'italiano, allora nessuno lo parla. Si consideri il lessico. Se si definisce l'italiano in base al lessico che tutti i parlanti condividono, allora ci si ritrova con un italiano parziale e chiunque usi un lessico più ricco - quasi tutti - non parlerebbe l'italiano. Se si definisce l'italiano in base al lessico usato da Umberto Eco, allora chiunque usa un lessico meno ricco - quasi tutti - non parlerebbe l'italiano.

Ora, quando si discorre di "difesa della lingua" si lascia volutamente nel vago la nozione di lingua cui si fa riferimento. In pratica, si tratta l'italiano alla stregua di un idioletto, fingendo di dimenticare che l'italiano è invece un oggetto astratto che serve a classificare in modo grossolano un certo gruppo di persone che parlano in un certo modo più o meno capendosi a vicenda. Proprio questo uso improprio e ambiguo della nozione nasconde l'inutilità dei servigi offerti delle Accademie linguistiche. Se si pensa che l'italiano sia come un idioletto, correggerlo (o proteggerlo) è un'impresa votata all'insuccesso. Ciascun nuovo parlante ricreerà un suo idioletto (come accadde con l'esperanto, che finì con l'esser babelicamente declinato in centinaia di idioletti.) Ma attenzione. Se si risolve l'ambiguità nell'altro senso e si dà all'italiano il ruolo di un tramite comunicativo a largo raggio, allora tutti gli argomenti per promuoverlo rischiano ahimé di tramutarsi immediatamente in argomenti per promuovere l'inglese, che è un tramite comunicativo ad ancor più ampio raggio. Risparmiando tempo e soldi, ciascuno di noi potrebbe apprendere il suo idioletto e venir istruito in inglese, saltando a pié pari l'italiano.

La risposta alla domanda su chi può difendere una lingua, e come, è che nessuno è in grado di difendere una lingua, neanche se lo volesse. Questo suggerisce una risposta alla prima domanda: esiste veramente un problema di colonizzazione linguistica o di impoverimento dell'italiano? Le geremiadi dovrebbero destare in noi il sospetto. Il punto è che non ci sono nemmeno dati quantitativi precisi. Chi ha filmato le conversazioni per strada o in ufficio e ha verificato che effettivamente un qualche percento degli abitanti di Busto Arsizio dice "coffee break"? E che cosa c'è di così malvagio o di deleterio nell'usare "corner" o "coffee break"? Nessuno ce lo ha spiegato. Se si respingono i tendenziosi argomenti estetici, politici e morali, la difesa della lingua ci appare per quello che è, una difesa delle Accademie linguistiche.