[8.11.2000]

Roberto Casati

Un giornalista di Time ha sollevato un problema che all’apparenza è soltanto economico ma che nasconde interessanti risvolti etici e sociali legati all’informazione. La storia raccontata da James Poniewozik riguarda un periodico online, Salon (www.salon.com), che aveva appena licenziato tredici dipendenti. Tra questi si annoverava l’editorialista: il posto occupato da Poniewozik prima di passare a Time. Il brivido non riguardava tanto lo scampato pericolo, quanto le ragioni del licenziamento. I giornalisti avevano avuto pochi "hits" (visite) da parte dei lettori. In pratica, le loro pagine non venivano lette abbastanza. Li si era quindi cordialmente messi alla porta.

L’aspetto interessante del mondo online è che è possibile ottenere indici di gradimento più precisi che con qualsiasi altro mezzo di informazione. Le reti televisive utilizzano sistemi molto sofisticati di rilevamento (per avere un’idea della complessità dei metodi e della campionatura, si veda www.auditel.it), senza poter sperare nemmeno lontanamente di avvicinarsi alla precisione del contatore di visite, che è in grado di discriminare il singolo computer grazie a programmi molto semplici, accessibili a chiunque costruisca un sito web. Questa precisione è lo spauracchio dello scrittore online. Se finora il suo articolo veniva valutato solo dalla redazione, adesso viene votato direttamente dal lettori.

E una situazione auspicabile? In fondo qualcuno decide sempre che cosa sia bene o sia male leggere: una redazione fa comunque delle scelte. Il caso limite (che evoco al solo fine di definire l’ambito della discussione) è quello di un giornale ottimo, con delle analisi ottime, che però nessuno legge. Dobbiamo mantenerlo in vita al solo fine di difendere la qualità della stampa? Questa posizione rischia di sfociare nel paternalismo culturale, nell’immagine di lettori ideali che dovrebbero interessarsi a determinate cose. Il punto è che non si sa bene che cosa voglia dire "ottimo".

Le visite a una pagina, si potrebbe dire, ovviano a questa situazione: sono la moneta sonante che introduce una misura della domanda finora di difficile applicazione nell’ambito dei prodotti culturali, tradizionalmente refrattari a criteri quantitativi di valutazione. E in particolare si presenta una possibilità del tutto nuova, quella di una valuazione comparativa che può riservare molte sorprese: l’articolo di un grande della penna può venir apprezzato meno di quello di un giovane sconosciuto.

Cerchiamo di mettere a fuoco il problema.

Le visite costituiscono davvero un indicatore dell’apprezzamento?

Un lettore può pur sempre aver visitato una pagina senza aver letto un articolo, può aver letto l’articolo distrattamente, può averlo letto e tuttavia non averlo affatto apprezzato. Ma anche se non è chiaro che cosa misurano esattamente le visite, si deve presupporre che i lettori abbiano un’idea di che cosa vogliano leggere e abbiano visitato una certa pagina per soddisfare il proprio desiderio di lettura. Questo ci dà un’indicazione forse rozza ma tendenziale del valore di un testo. Ma naturalmente ci si può anche chiedere:

Ha un senso cercare di misurare il valore estrinseco dei contenuti culturali?

In fondo, si dirà, la cultura è il campo in cui il valore intrinseco è ciò che più conta. I prodotti culturali, se sono validi, sopravvivono alle mode e attraversano il tempo. Il numero delle visite può limitarsi a riflettere un interesse passeggero. Ma questo argomento perde di mordente in una situazione di estrema competizione tra i contenuti come quella in cui ci troviamo oggi. E sembra chiaro che se si scoprissero decine di opere molto simili e contemporanee alla Divina Commedia quest’ultima rischierebbe di subire una drastica svalutazione. Il valore intrinseco è una nozione dubbia, e il valore dei prodotti culturali non gode di particolari privilegi.

Esiste un modo di correggere le distorsioni del sistema di valutazione che usa le visite?

Naturalmente non si può chiedere al lettore di fare un riassunto di quello che legge per verificare se il suo giudizio è informato e non casuale, ma si potrebbe chiedergli di votare gli articoli con un giudizio ("Vi è piaciuto? Si/No"). Questo argomento potrebbe non impressionare un editore. I lettori possono anche detestare cordiamente il testo di un articolo, e lo scopo precipuo dell’editore è quello di far leggere il suo giornale. Forse un pulsante può permettere di rispondere a una domanda più precisa: "Abbiamo fatto bene a pubblicare questo articolo?" se non addirittura "Qual è il valore di questo articolo rispetto agli altri contenuti del giornale?". In questo caso un articolo sull’arte perduta del merletto potrebbe venir riabilitato a fronte di uno - sicuramente più visitato - sulle avventure estive di un’attrice di varietà. Possiamo anche immaginare un sistema di recensioni (che andrebbero naturalmente valutate a loro volta, e in effetti le recensioni su www.amazon.com sono accompagnate da un pulsante che permette di pronunciarsi sulla loro utilità).

Ma c’è un problema più profondo. Il meccanismo del voto è potenzialmente irresponsabile, in quanto i lettori non mettono in gioco nulla quando votano. In un futuro (che molti sperano o temono prossimo) in cui si trovi il modo di far pagare i contenuti online, un abbonamento potrebbe semplicemente consistere nell’acquisto, da parte del lettore, di un certo potere di voto per o contro certi articoli. I giornalisti verrebbero pagati direttamente dai lettori, e l’azione dei lettori sarebbe responsabile in quanto avrebbe un costo.

Un famoso adagio hegeliano che dice che la lettura del giornale è la preghiera del mattino dell’uomo moderno. Al di là dell’elemento rituale i due episodi mattutini sono assai diversi. Le preghiere di solito si ripetono giorno dopo giorno. L’uomo e la donna moderni sono invece di giorno in giorno di fronte a situazioni nuove: il loro rito laico cambia ogni mattino. È una preghiera che si paga, e prima ancora di iniziare a recitarla, acquistando un foglio di carta stampata. Con la lettura online si potrà versare un piccolo contributo al giornalista per mostrargli il nostro apprezzamento dopo la lettura del giornale. I due riti tornano a convergere: dopo la preghiera si versa un obolo.